close   carla cantatore

 
CHI SONO. DOVE VANNO. (E PERCHÉ?) I "MANICHINI" DI CARLA CANTATORE

"Perché non parli?". L'antica leggenda, tramandataci da Giorgio Vasari circa il Mosè. scolpito da Michelangelo, fra il 1513 e il 1516, per commissione di Papa Giulio II quale suo futuro sepolcro, ci viene in mente - per una commistione fra storia e visione e naturalmente senza alcun blasfemo paragone - osservando i "manichini" di Carla Cantatore.
Già, perché non parlano? Così, abilmente meccanizzati nel dinamico disegno. Aveva ragione Einstein affermando, con sottile ironia, che "l'immaginario è più importante della conoscenza". Ed ecco che questi "manichini" - che non sono quelli di Giorgio De Chirico e forse nemmeno i più recenti "personaggi robotizzati" di Enrico Baj - creature inventate si pongono sul palcoscenico della nostra conoscenza.
Un modo il nostro di osservarli al di là della loro struttura, fra il giocattolo e l'ispirazione neo-magrittiana. Un gioco che diventa metafora della vita. I "manichini" che passeggiano sulla tela e ci propongono quesiti a iosa.
Giorgio De Chirico definiva la "Metafisica" ciò che sta oltre il nostro campo visivo.
I "manichini" di Carla Cantatore sembra, infatti, che vivano in un'altra atmosfera. Accanto a loro case squadrate e ogni altro elemento che appare nel sogno. Un pizzico, allora, di De Chirico e di Breton: metafisica e surrealismo che si incontrano e producono un manufatto - reso con pennello e matita - ma dal contesto umanizzato.
Dove vanno, perché la Cantatore ne fa oggetto della sua iconografìa pittorica? Indubbiamente tali atipici personaggi, figure oniriche, hanno una loro vita, quella dell' "inconscio disegnato". E perché non si abbia a pensare che tutto si riduca a siffatto psicologismo, ecco entrare in scena la figura femminile, al di qua del sipario inventato e nella sua realtà di elemento quotidiano essenziale: "Tu così vera / che il pensarti basta per far veri i sogni / e storia le favole" (John Dunne). Fra simbolo e realtà, pertanto, Carla Cantatore ci da una risposta: tutto è creazione ma anche fantasia e l'intima maturazione stabilisce un cammino, che deriva antropologicamente da divine e mitiche origini: incontra misteri (come le malinconiche urbanità disegnate da Hopper) e si incanta dinanzi a sorprendenti exploits (come le strutture modellate da Erte): si avvia sul campo freudiano e quello tecnologico: tutto nel rovello dell'esistenza.
Il manichino di Carla Cantatore è questo viluppo: intorno il resto dell'esistenza (il paesaggio, la natura morta, le figure umane e ogni altro corollario) dove non è esclusa, in sede primaria, l'immagine femminile (ritratto o nudo) che è, a sua volta, l'emblematizzazione di uno stato di grazia e un richiamo nobile ed eterno a ciò che è fertile, produttivo, esteticamente piacevole a constatazione di una sorta di legge del contrappasso (fra manichino tubolare e leggiadrìa muliebre) la quale domina ogni nostra regola di quotidiana esistenza.
I "manichini" senza lineamenti, le atmosfere liberate da ogni condizionamento decorativo, in fondo, iconizzano la vita vissuta che è spesso romanzo con tanto di gioie e dolori, invenzioni, sacrifici, successi ed avventura.
E vanno i "manichini", procedono accompagnati dalla loro ombra - avveniristico Angelo Custode - si muovono sull'allegorica scacchiera che punteggia i nostri terreni passaggi. Reca messaggi e quando si ferma è perché forse la sua storia è finita ma non la vita, che continua ad essere di tanti altri "manichini". Intorno ai quali si alternano il giorno e la notte e tutto scorre in un inestinguibile discorso sulla memoria e l'inconscio:chiavi di lettura per il rapporto con l'umanità. Uno spazio straordinario e meraviglioso dove dovrebbe essere sempre possibile camminare. Carla Cantatore, coniugando rigore strutturale, inventiva, gusto del design, ha eia-
borato figure (dalla forte tensione nell'apparente formula simbolica) che si pongono alla nostra attenzione con i loro arcani sentimenti ed intenti. È la nostra interpretazione ma - come diceva Lyotard - "si può leggere tutto ed in tutte le maniere".

Antonio Caggiano